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giovedì 8 marzo 2012
lettura del mese
3 C Liceo Scientifico B. Cairoli
Recensione sul libro “ La Versione di Barney” di Mordecai Richler
“Tutta colpa di Terry. È lui il mio sassolino nella scarpa. E se proprio devo essere sincero, è per togliermelo che ho deciso di cacciarmi in questo casino, cioè di raccontare la vera storia della mia vita dissipata.” Terry McIver, nella sua autobiografia intitolata “Il tempo, Le febbri”, accusa Barney Panofsky, che aveva conosciuto e frequentato a Parigi negli anni Cinquanta, di aver picchiato la moglie, di essere un alcolizzato con tendenze violente, uno spacciatore e infine di aver commesso l’omicidio dell’amico comune Bernard ‘Boogie’ Moscovitch. Cosi, Barney, produttore televisivo di successo, all’età di sessant’anni inizia a descrivere la sua vita dall’anno 1950 quando, a Parigi ha conosciuto e sposato la pittrice e simbolo femminista Clara Charnofsky. Nel 1952, dopo due anni di matrimonio, Barney decide di divorziare dalla prima moglie ma Clara, subito dopo aver ricevuto questa notizia si suicida con un flacone di sonniferi. Questo libro è diviso in tre parti ciascuna riservata a una delle tre mogli del protagonista, ma non c’è un divisione netta poiché i ricordi sono confusi e frastagliati dall’incedenza della sua malattia, l’Alzhaimer. “Sono sopravvissuto alla scarlattina, agli orecchioni, a due rapine a mano armata, alle piattole, all’estrazione di tutti i denti, a un’operazione all’anca, a un processo per omicidio e a tre mogli. La prima è morta, mentre la Seconda Signora Panofsky, nonostante sia passata un’eternità, al solo sentire la mia voce strillerebbe: “Assassino, cosa ne hai fatto del cadavere?”” Nel 1958, Barney sposa per obbligo di paternità la Seconda Signora Panofsky, una donna che alle spalle aveva una famosa e benestante famiglia di Montreal, e per la quale non hai mai provato sentimenti d’amore. Dopo l’aborto spontaneo la relazione si complica al punto che la moglie lo tradisce con Boogie, il suo migliore amico. Dopo una furiosa litigata a casa di Barney, Boogie ubriaco fradicio decide di andare a fare un tuffo in piscina e da quel momento non si saprà più nulla di Bernard Mascovith. Ottenuto il divorzio, Barney nel 1960 finalmente si sposa con la donna della sua vita, colei che sarà per sempre il suo vero amore. “ Miriam, mia adorata Miriam”. Barney se ne innamora la prima volta che la vede, in occasione del ricevimento di nozze del 1958. Tre figli, Michael, Saul e Kate, un lavoro ben retribuito e tutto l’amore di Miriam. Una vita felice per Barney Panofsky fino a quando Miriam decide di separarsi da lui per andare a convivere con un altro uomo. Abbandonato a sé stesso, si rifugia nel cottage di famiglia per trovare conforto nell’alcool e nella scrittura della storia della sua vita. “Alle 10 e 28 del 24 settembre 1996 in una radura in cresta al monte Groulx, una guardia giurata e due taglialegna alle dipendenze di una cartiera si sono imbattuti in alcuni resti umani: un teschio, diverse vertebre, un osso pelvico, un femore, frammenti di costole e tibia. È stata subito chiamata la Provinciale, le ossa sono state raccolte e consegnate al dottor Roger Giroux, anatomopatologo dell’ospedale di Notre-Dame di Montreal. Il quale ha dichiarato trattarsi dei resti di un maschio di circa trent’anni, di razza bianca, presumibilmente morto per cause sconosciute tre o quattro decenni addietro. [...] Poco dopo, è stato confermato che i resti appartenevano a Bernard Moscovitch, scomparso nella zona il 7 giugno 1960.” Barney Panofsky questa informazione non la verrà mai a sapere, e noi non verremo mai a sapere se ad uccidere Boogie sia stato Barney oppure no.
L’autore utilizza un tipo di narrazione formale e spesso inserisce dei pezzi di conversazioni telefoniche, dialoghi e pensieri in prima persona del protagonista. Questa scrittura è molto scorrevole perché molto simile alla realtà parlata del quotidiano così l’autore ci dà la possibilità di capire al meglio sia la storia che il vero stato d’animo di Barney. Ho trovato questo libro molto interessante sia dal punto di vista della storia, insolita e particolare, e sia dal modo in cui è narrata, soprattutto la scelta di far capire al lettore, a poco a poco, la malattia del protagonista. Inoltre ho apprezzato molto la libertà che l’autore conferisce al lettore sul finale.
Riassunto novelle lette di Boccaccio
-Ser ciappelletto
Ser Ciappelletto è un falsario, un abile bugiardo, un assassino, bestemmiatore, traditore della Chiesa e della religione (che naturalmente non segue), ladro e anche un accanito bevitore di vino. Egli viene assunto da Musciatto Franzesi per la gestione dei suoi diversi affari sparsi in diverse regioni. Durante il suo viaggio, trova accoglienza in casa di due fratelli usurai e qui è vittima di un malore. I due proprietari, timorosi delle ripercussioni che la diffusione della notizia della morte di un personaggio simile nella loro abitazione senza l’estrema unzione avrebbe comportato, cominciano a interrogarsi sul da farsi. I loro dialogo, però, non sfugge alla orecchie vigili del moribondo, che rassicura i suoi ospiti garantendo loro nessuna preoccupazione futura. Proprio per questo motivo, ordina di far venire un parroco, il più “santo”possibile, per una sua prima ed ultima confessione. Durante la visita del prete, Ciappelletto gli fa credere di essere un uomo timoroso di Dio, frequentatore della Chiesa nonché cristiano abituato a fare l’elemosina, ad ammonire i peccatori più spudorati a svolgere accuratamente ogni più piccola azione ed ogni più minuscolo pensiero in base alle leggi del Signore. Il frate, stupito, dopo la morte dell’uomo, raccoglie tutti i suoi fratelli in riunione per lodare il defunto. I due usurai, intanto, preparano, servendosi dei soldi di Ciappelletto stesso, il suo funerale.
-Lisabetta da Messina
È una giovane e bella ragazza che viveva a Messina insieme ai suoi tre fratelli, mercanti di professione, arricchiti dall'eredità del padre; nonostante fosse una bella ragazza, non si era ancora sposata, ma presto s'innamorò di un aiutante dei fratelli di nome Lorenzo, che le dimostrò subito di contraccambiare i sentimenti. Una sera uno dei tre fratelli scoprì casualmente la relazione tra i due ragazzi e, quando la mattina seguente ne parlò con gli altri, tutti insieme decisero di far finta di non sapere nulla, almeno finché non avessero eliminato definitivamente colui che rappresentava una vergogna per la sorella e per tutta la famiglia. Così un giorno i tre condussero con l'inganno Lorenzo fuori città, l'uccisero e poi lo seppellirono; tornati in città dissero di averlo mandato lontano per portare a termine alcuni affari, e visto che erano soliti farlo, furono creduti. Elisabetta, vedendo che Lorenzo non tornava, cominciò a chiedere sue notizie ai fratelli in maniera sempre più insistente, finché una notte lui le apparve in sogno: le disse che i suoi fratello lo avevano ucciso, e che perciò non poteva più tornare; le indicò però il luogo in cui era sepolto e poi scomparve. Il giorno seguente si diresse verso il luogo che Lorenzo le aveva indicato in sogno e trovato il corpo ne tagliò il capo e lo portò con sé. Arrivata casa mise la testa dell'amato in un vaso, riempì questo di terra e vi piantò numerosi rami di basilico, che innaffiò per lungo tempo con le proprie lacrime; questo comportamento fu notato da alcuni vicini, i quali informarono i tre fratelli che, dopo aver più volte rimproverato la ragazza, decisero di sottrarle il vaso. Elisabetta continuò a chiedere con insistenza la restituzione del vaso, continuando a piangere e ammalandosi. I fratelli, incuriositi da queste continue richieste, guardarno all'intero del vaso e subito trovarono sul suo fondo i resti della testa di Lorenzo, e per paura che questo fatto si venisse a sapere, trasferirono tutti i propri affari a Napoli. Nel giro di poco tempo, Elisabetta morì continuando a domandare del vaso.
-Andreuccio da Perugia
Un giovane di nome Andreuccio, mercante di cavalli, decise di andare a Napoli per acquistare animali di buona razza. La mattina dopo del suo arrivo, andò al mercato e dove una bellissima giovane siciliana diede un’occhiata alla sua borsa che conteneva fiorini d’oro. Andreuccio, al mercato, incontrò anche una vecchia che era stata una sua nutrice. Quando la vecchia se ne andò, la giovane la raggiunse volle sapere ogni particolare del passato di Andreuccio. Arrivata a casa, la ragazza mandò una sua cameriera all’albergo dove alloggiava il giovane, con l’incarico di invitarlo a casa. Andreuccio, ricordando la bellezza della donna, vi andò subito e segui la cameriera. La siciliana, che era una donna di malaffare, vedendolo arrivare gli corse incontro e lo guidò dentro la sua casa. La ragazza raccontò ad Andreuccio che aveva sentito la conversazione con la vecchia ed era riuscita a capire che lui era suo fratello. Avvalendosi di quanto aveva saputo dalla vecchia, gli domandò poi dei suoi parenti con tanta precisione, che Andreuccio fu certo d’aver trovato una sorella. Fiordaliso lo convince a restare con lei per cena e, avendo fatto notte fonda, restò anche a dormire. Venuta l’ora di andare a dormire, Andreuccio entrò nella sua stanza e un giovane gli indicò ogni cosa, soprattutto il bagno. Ma appena dentro, il pavimento, che funzionava come trabocchetto, si ribaltò e cadde dove era depositato dello sterco. Mentre Andreuccio chiedeva aiuto inutilmente, la “sorella” si impossessava della sua borsa con i 500 fiorini d’oro. Vedendo che nessuno compariva, iniziò a fare rumore, finché si affacciò un gigante barbuto che, con voce cavernosa, spaventò e fece fuggire Andreuccio. Per la strada incontrò due uomini e dopo che Andreuccio ebbe raccontato quello che gli era accaduto, i due decisero di portarlo con sé a fare un grosso colpo. Ma i due vollero che si ripulisse un poco e andarono a un pozzo poco distante. Però giunti al pozzo, mancando il secchio, legarono Andreuccio saldamente in vita e lo fecero scendere finché cominciò a lavarsi. Mentre i due aspettavano, spuntarono due guardie che venivano al pozzo per bere. I due compari decisero di scappare rapidamente. Quando, le due guardie, incominciarono a tirare la fune, in capo alla quale si aspettavano un secchio pieno d’acqua, spuntò Andreuccio che riuscì ad afferrarsi al parapetto per non ricadere in fondo al pozzo. Le guardie infatti, terrorizzate, avevano mollato la fune e se l’erano data a gambe. Andreuccio prese la prima strada che si trovò davanti e andò vagando a caso, finché si incontrò coi due di prima che veniva a recuperarlo dal pozzo. L’impresa, alla quale si era offerto di partecipare Andreuccio, riguardava lo spogliare la salma del monsignore Filippo Minatolo dai ricchi ornamenti, in particolare un prezioso anello con un rubino del valore di 500 fiorini d’oro. Arrivati al duomo, entrarono, sollevarono il coperchio della tomba e ci fecero entrare Andreuccio. Appena dentro, tolse l’anello al morto e se lo mise al dito; poi gli passò tutti gli altri preziosi. Andreuccio, fece credere ai due che l’anello non c’era. Convinti di questo i due birboni tolsero il puntello che sosteneva il coperchio, il quale ricadde rinchiudendo Andreuccio insieme al morto. Ma, dopo inutili sforzi per sollevare il coperchio, sentì della gente che era venuta lì per rubare,anche loro, i gioielli dell’arcivescovo. Dopo aperto il coperchio e deciso chi doveva entrare, un ladro si calò dentro ma Andreuccio lo prese per i piedi e incominciò a tirarlo. L’altro sgusciò fuori e si diede alla fuga insieme ai suoi compagni. Uscito dal duomo, andò in albergo, dove, pagò il conto e si diresse verso Perugina.
-Nastagio degli Onesti
Un nobile ravennate, Nastagio degli Onesti, nonostante fosse ancora molto giovane, si ritrovò ricchissimo in seguito alla morte del padre e dello zio; presto s'innamorò di una ragazza di un'ancora più nobile famiglia, quella dei Traversa, e per attirare la sua attenzione, cominciò a spendere smisuratamente in banchetti e feste.
La giovane però non si mostrò mai interessata all'amore del ragazzo, e per questo lui più volte si propose di suicidarsi, di odiarla o di lasciarla stare, ma mai riuscì nei suoi propositi. Vedendo che, seguendo questo suo sogno, Nastagio si stava consumando nella persona e nel patrimonio, i suoi amici e parenti gli consigliarono allora di andarsene da Ravenna, in modo che riuscisse poi a dimenticare il suo amore inappagato; il ragazzo, non potendo continuare ad ignorare questo consiglio, si trasferì a Classe, poco lontano dalla sua città. Un venerdì all'inizio di Maggio, Nastagio, addentratosi nella pineta, vide una ragazza correre nuda e in lacrime, inseguita da due cani che la mordevano e da un cavaliere nero che la minacciava di morte: lui si schierò a difesa della fanciulla ma l'uomo a cavallo, dopo essersi presentato come Guido degli Anastagi, disse a Nastagio di lasciarlo fare in quanto, essendo in realtà già morto per essersi suicidato, stava solo scontando la propria pena infernale, accanendosi su colei che disprezzando il suo amore lo aveva portato a togliersi la vita. Rassegnatosi al volere divino, assisté allo strazio del corpo della giovane da parte del cavaliere, al termine del quale i due furono costretti a ricominciare da capo il loro inseguimento, fino a fuggire dalla vista di Nastagio. Il ragazzo decise allora di approfittare di questa situazione, e perciò invitò i propri parenti e la sua amata con i suoi genitori a banchettare in quel luogo il venerdì seguente.
Come Nastagio aveva previsto, alla fine del pranzo si ripeté la scena straziante alla quale lui aveva assistito una settimana prima, e questa ebbe l'effetto sperato, infatti, la giovane Traversa, ricordandosi di come aveva sempre calpestato l'amore che il padrone di casa provava nei suoi confronti, per paura di subire la stessa condanna acconsentì immediatamente a sposare Nastagio, tramutando il proprio odio in amore.
-Federigo degli Alberighi
Federico degli Alberighi, un ricchissimo nobile di Firenze si innamorò di monna Giovanna, una delle donne più belle della Toscana. Per sedurla organizzò feste in suo onore e le fece doni fino a sperperare tutti i suoi averi e senza suscitare in lei nessuna attrazione. Si ridusse così a possedere solo un piccolo podere ed un falcone, uno dei migliori del mondo che gli permettevano di sopravvivere. Avvenne però che il marito di monna Giovanna morì e questa andò a trascorrere l'estate con il figlio in una tenuta vicino a quella di Federico. Questo e il ragazzo fecero presto la conoscenza, grazie al grande interesse del giovane per il falcone. Il figlio di Giovanna si ammalò e quando gli chiese cosa lui desiderasse, quello rispose che se avesse avuto l'uccello di Federico sarebbe sicuramente guarito. Il giorno dopo la madre si recò da Federico con una altra donna, non senza vergogna di andare a chiedere a lui che a causa sua si era ridotto in miseria una cosa così preziosa. L'accoglienza fu calda, le donne dissero che si sarebbero fermate per la colazione, ma l'uomo non trovando niente da cucinare tirò il collo al falcone e lo servì a tavola. Il pasto trascorse piacevolmente, fino a quando monna Giovanna, raccolto il coraggio, chiese il falcone per il figlio moribondo. Federico scoppiò a piangere davanti a lei e le spiegò che glielo avrebbe donato volentieri se non lo avesse usato come vivanda per la colazione uccidendolo proprio perché non aveva niente altro di adatto ad una donna come lei. Giovanna tornò a casa commossa per il gesto dell'uomo ma sconsolata e nel giro di pochi giorni il suo unico figlio morì, forse per la malattia, forse per il mancato desiderio dell'uccello. Essendo però ancora giovane venne spinta dai fratelli a risposarsi per dare un erede ai beni acquisiti dal defunto marito. La donna non fu molto contenta del desiderio dei suoi fratelli, ma essendo obbligata scelse come sposo Federico per la sua generosità, facendolo finalmente ricco e felice
-Frate cipolla
A Certaldo alcuni frati di S. Antonio ogni anno andavano a chiedere , verso i primi giorni d’agosto, elemosine ai contadini. Cipolla fu un tipo allegro, brigante e pur non avendo ricevuto nessuna istruzione seppe parlare molto bene. Una mattina, alla messa della canonica, frate Cipolla ricorda ai cittadini delle loro offerte ma, dice loro, che come ricompensa S. Antonio avrebbe vegliato sui loro animali e promette anche che alle 3 del pomeriggio avrebbe mostrato loro la piuma dell’ angelo Gabriele come riconoscenza per le offerte donate. Due amici del frate, sentendo ciò, decisero di fargli uno scherzo. A mezzogiorno, il frate andò a mangiare in un ristorante e lasciò il suo servo a curare la reliquia. I due briganti si organizzarono in modo tale che uno dei due avrebbe distratto il servo e l’altro avrebbe preso la piuma sostituendola con altro. Il servo di frate Cipolla vide che nella stanza c’era Nuta, un’altra serva che lavorò in quel posto e che fisicamente si presentava come una donna grassa, grossa e bassa. Il servo di Cipolla cominciò a “corteggiarla”. I due amici vedendo che il servo era già occupato, ne approfittarono per prendere la reliquia contenuta in una cassetta e, al suo posto, misero dei carboni che avevano trovato. Frate Cipolla,dopo essere tornato dal ristorante si mise a dormire e, svegliatosi alla buon ora prese la cassetta contenente i carboni e si diresse in piazza arrivando dai contadini ansiosi di vedere la reliquia e cominciò il suo discorso. Aprendo la cassetta scoprì che al posto della piuma erano presenti dei carboni; allora s’inventò una scusa per non fare brutta figura dicendo ai contadini che lui era in possesso sia della piuma che delle ceneri di S. Lorenzo, ma per volere di Dio aveva preso la cassetta sbagliata contenente le ceneri del martire (scelta voluta perché essendo i primi d’agosto Dio volesse aver voluto ricordarne il martire, visto che S.Lorenzo è il 10 agosto). Iniziò a parlare del suo viaggio in terra santa raccontando come aveva fatto a venire in possesso di queste ceneri. Infine aggiunse che chi si fosse fatto fare il segno della croce con le ceneri non avrebbe più ricevuto scottature per un anno. Detto ciò li fece mettere in fila e li segnò delle croci con le false ceneri e i contadini donarono più offerte per il regalo donato loro. I due amici vedendo la scena si piegarono in due dalle risate e per le scuse che si era inventato il frate. Una volta che tutti i contadini tornarono a casa i due amici andarono da frate Cipolla ancora ridenti a restituirgli la piuma dell’angelo e gli raccontarono dello scherzo pianificato.
-Peronella
Un muratore che viveva a Napoli era sposato con una bella donna di nome Peronella, la quale era innamorata di un giovane che si chiamava Giannello. Tutte le mattine il marito andava a lavorare e la moglie incontrava Giannello nella sua casa, ma un giorno inaspettatamente tornò a casa prima e una volta bussato all’uscio, Peronella fece nascondere Giannello dentro un tino. Lei si finse sorpresa del suo arrivo e chiedendo spiegazioni seppe che aveva concluso un affare vendendo un tino per cinque gigliati, così lei, per non farsi credere meno furba disse che anche lei aveva venduto un tino però a sette gigliati a un uomo che aveva voluto entrarci dentro per vedere se era sano. In quel momento uscì Giannello fingendosi il compratore e disse che gli sembrava un po’ sporco, perciò la donna fece entrare il marito per pulirlo e nel frattempo se la spassò con il giovane, poichè per l’arrivo improvviso del marito non aveva potuto farlo la mattina e quando finì, Gianello pagò i sette gigliati e se ne andò via felice.
-Griselda
Gualtieri, marchese di Saluzzo, spinto dai suoi sudditi a sposarsi contro il suo volere, sceglie in sposa una poverissima ragazza di nome Griselda. Questa si rivela così dolce, buona e gentile e si comporta con tanta dignità e onorevolezza, che tutti ben presto imparano a volerle bene. Dopo un giusto intervallo di tempo nasce una bambina. Gualtieri è felice ma decide di mettere alla prova la pazienza della moglie per vedere se davvero è obbediente e del tutto sottomessa ai suoi voleri. Prima comincia dicendo che tutti parlano male di lei perchè è di origine plebea. Anche la bambina non è vista di buon occhio proprio perchè è figlia sua e lui è criticato perchè l'ha sposata e forse rischia il trono. Poi le manda un "famigliare " che le porta via la bambina facendole credere che il padre la vuole morta. Griselda, pur soffrendo molto, non si ribella: chiede solo che sia sepolta, sempre se il marito non abbia ordinato altrimenti. Poi nasce un maschio e, dopo la gioia iniziale, Gualtieri ricomincia col suo giochetto e glielo fa portar via. Anche questa volta Griselda soffre in silenzio. In realtà Gualtieri ha mandato i figli a Bologna dove li fa allevare da una sua parente, ma nessuno lo sa, nemmeno i sudditi che lo criticano molto per questa sua crudeltà. Lui, apparentemente, non dà retta a nessuno e, pur essendo molto colpito dalla "costanza" della moglie che di lui dice solo bene, non rinuncia al suo progetto. Ormai sono passati tredici anni e Gualtieri decide di sottoporre Griselda all'ultima prova: la fa convocare davanti a tutta la corte e le dice che ha chiesto al Papa la dispensa per sposare un'altra donna, una nobile, perchè lei è di troppo bassa condizione per lui. Ora che il Papa gli ha dato il permesso lei deve immediatamente andarsene da palazzo così come vi era entrata. Griselda, che il giorno delle nozze Gualtieri aveva fatto rivestire da capo a piedi prima di portarla via dalla sua misera casetta, chiede solo, se possibile, di potersene andare in camicia e non nuda come vi era entrata, perchè non è bene nemmeno per lui che i suoi sudditi vedano nuda la madre dei suoi figli e perchè l'unica dote che aveva portato con sè era la sua verginità che lui non le può più restituire. Gualtieri, generosamente glielo concede. Griselda torna in silenzio dal padre, che da tempo si aspettava una cosa del genere. Dopo un po' di tempo Gualtieri fa venire di nascosto da Bologna i suoi figli, dicendo a tutti che la fanciulla sarà la sua nuova sposa e che è la figlia dei Conti da Panago. Poi fa chiamare Griselda e le ordina di mettere in ordine il palazzo e di preparare tutto alla perfezione per le nuove nozze. Griselda obbedisce senza fiatare. Il giorno del banchetto tutti ammirano la giovinetta, anche Griselda che dice che è bellissima. Gualtieri la fa chiamare e le chiede cosa ne pensa della sua scelta questa risponde che la fanciulla è bellissima ma lo prega di risparmiarle le "punture" che ha dato a lei perchè si vede che è stata allevata "nelle delicatezze" e non in "continue fatiche" come lei e non ce la farebbe a sopportarle. Finalmente Gualtieri considera felicemente concluso il suo esperimento e le rivela la verità: quelli sono i suoi figli, lui l'ama più che mai e ora torneranno tutti assieme e vivranno per sempre felici e contenti. Era solo uno scherzo. Voleva solo mettere alla prova la sua "obbedienza" e la sua "costanza"!
-Dianora
Nella città di Udine viveva insieme al marito Gilberto, donna Dianora, la quale era desiderata ardentemente da messer Ansaldo Gradense. La donna, stanca delle incessanti proposte e regali fatti da Ansaldo, decide di porre fine a questo tormento: riferisce ad Ansaldo che, se fosse riuscito, nel mese di gennaio in cui erano, a far fiorire il suo giardino come nel mese di maggio, lei lo avrebbe amato, mentre se non riusciva nell’intento, avrebbe dovuto per sempre dimenticarla. Il povero innamorato, dopo infinite ricerche, riesce a trovare un negromante capace di tale magia e così vedendo il giardino in fiore, Dianora si rassegna e racconta la promessa al marito. Gilberto, sebbene avesse reagito con l’ira, capisce che Dianora aveva fatto la promessa innocentemente e, conoscendo la purezza dell’animo della moglie, la invita a recarsi da Ansaldo per scogliere la promessa, ma se questo non fosse accaduto, l’avrebbe lasciata andare via con lui. Recatasi Dianora da Ansaldo e riferitegli le parole del marito, questi comprendendo la magnanimità di Gilberto e non volendo privare la sua amata dell’amore del marito, scoglie la promessa e la lascia andare. L’episodio sembra coinvolgere anche il negromante lì presente che, di fronte a tanta liberalità, segue l’esempio e rifiuta la ricompensa pattuita per far fiorire il giardino.
-Cavalcanti
Un'usanza dell’aristocrazia di Firenze era quella di formare liete brigate di gentiluomini, cui partecipavano anche gentiluomini forestieri. Una di queste brigate di giovani cavalieri era capeggiata da Betto Brunelleschi, un giovane coraggioso, il quale desiderava che nel gruppo entrasse il celebre poeta e filosofo Guido Cavalcanti: per dare prestigio alla brigata. Un giorno, Cavalcanti si trovava dalle parti di San Giovanni, dove a quel tempo c'era il camposanto con grandi sarcofagi di pietra. Passava di lì la brigata di Betto Brunelleschi che pensò di andare a punzecchiare il poeta. Tutti gli si avvicinarono stringendolo con i cavalli contro i sarcofagi di pietra e si misero quindi a scherzare e a prenderlo in giro. Allora il poeta disse: «Egregi signori, a casa vostra voi potete dire tutto quello che vi piace» e se ne andò. I giovani non capirono, ma Betto Brunelleschi, che era il più sveglio di tutti, spiegò: «Guido ci ha offeso con eleganza infatti ci ha detto che siamo come dei morti perché siamo ignoranti e di conseguenza noi qui al camposanto siamo come a casa nostra». Da quel giorno nessuno della brigata osò più infastidire il poeta
Reportage dell'incontro con il magistrato Anna Canepa
La signora Canepa ha esordito raccontandoci la sua diretta esperienza con la mafia nel comune di Caltagirone. Infatti nel 1989 Anna Canepa, pochi anni dopo aver concluso il concorso per diventare magistrato, venne mandata a operare come giudice al tribunale di Caltagirone.
Caltagirone, come ci ha spiegato il magistrato fu, a quei tempi e lo è ancora, uno dei principali snodi per la mafia. Dopo poco tempo che offriva il suo contributo al tribunale di Caltagirone le venne assegnato il suo primo omicidio. Ha spiegato e più volte ribadito che a causa di questo caso assegnatole fu minacciata e rischiò anche di morire per un "tentato attentato".
A seguito di questa importante esperienza per la sua vita professionale, venne trasferita a Genova, suo paese d'origine.
Durante il suo continuo lavoro a Genova capì che la mafia non è solo un affare del sud ma che ormai riguarda tutta l'Italia (anche il nord) e anche il resto del mondo. Per spiegarci questa affermazione ci ha portato due esempi molto efficaci: il primo riguardante un caso di mafia.
Dei container contenenti tonnellate di droghe pesanti furono ritrovati nel porto di Genova. Queste tonnellate se non fossero state intercettate e fermate sarebbero state destinate al commercio illegale di stupefacenti. Il ricavato di questa vendita avrebbe fruttato centinaia di migliaia dei cosiddetti "soldi sporchi". Questi ultimi poi sarebbero stati reinvestiti in appalti e affari di questo genere, e così, come una ruota che gira, questo commercio illegale sarebbe continuato.
Il secondo esempio, molto più vicino a noi, riguarda Vigevano e il famigerato clan Valle.
Il clan Valle, come ci ha spiegato Anna Canepa, è, molto semplicemente, una delle famiglie della 'ndrangheta di Reggio Calabria trasferitasi al nord. Il clan, nonostante il trasferimento, non rinunciò al suo "lavoro" preferito, ovvero il racket, fino a quando, con enorme coraggio, uno di quei commercianti ridotti a pagare il pizzo si ribellò e denunciò i Valle. Anna Canepa ha avuto piacere di soffermarsi sul fatto che ora queste persone sono state giustamente condannate e che i beni che appartenevano a questa famiglia (ben 14 beni!) sono stati confiscati e resi disponibili alla società.
Recensione
Spingendo la notte un po' più in là.
Luigi Calabresi, commissario di polizia, fu tra i poliziotti che parteciparono all'indagine sulla strage avvenuta il 12 dicembre 1969 in piazza Fontana a Milano. Tra i sospettati vi fu l'anarchico Pinelli. Quest'ultimo morì, cadendo dalla finestra durante gli interrogatori riguardo alla bomba alla Banca Nazionale dell'agricoltura. Come autore di tale delitto fu additato il commissario Calabresi da una intensa campagna di stampa, quest'evento venne indicato come un presagio della morte di Calabresi; infatti, come si legge nelle prime righe del libro, per la famiglia la morte di Pinelli non fu mai inaspettata ma a partire dalla notizia della morte di Pinelli come qualcosa di ormai certo. Calabresi non riuscì neanche a riscattare la sua innocenza quando il 17 maggio 1972 alle ore 9.15, mentre usciva di casa, trovò la morte con due colpi di pistola. Luigi il 17 maggio dentro casa abbandonò la moglie Gemma appena venticinquenne in attesa e i due figli tra i quali Mario. Dopo un travagliate indagini, il 28 luglio 1988 vennero arrestati Adriano Sofri, Giorgio Pietrostefani accusati da Leonardo Marino, autista dell'auto che accompagnava Ovidio Bompressi, esecutore del delitto, di essere i mandanti. Il 2 maggio 1990 Sofri, Pietrostefani, Bompressi e Marino vennero condannati. Nel '93, come se nulla fosse accaduto, i condannati vennero assolti, ma fortunatamente nel '94 la Cassazione annullò la sentenza precedente e vennero nuovamente condannati.
Questi lunghi anni vengono raccontati dal figlio Mario con molta fermezza, che ci fa ripercorrere insieme le vicende della sua infanzia dalla morte del padre in poi, tenendo viva nella memoria la figura paterna, facendo emergere il suo profondo dolore ma, allo stesso tempo, la voglia di vivere e l'inaspettata felicità.
Accomuna la sua vicenda con altre storie di vittime del terrorismo, tra le quali la figlia di Antonio Custrà.
mercoledì 7 marzo 2012
recensione "spingendo la notte più in là"
il 12 dicembre 1969 a Piazza Fontana a Milano, esplose una bomba nella sede della Banca Nazionale dell’Agricoltura e il Commissario Calabresi si trovò ad essere fra i poliziotti addetti alle indagini. Tre giorni dopo, tra i sospettati, fu fermato l’anarchico Giuseppe Pinelli, detto Pino. Portato in Questura, dopo un lungo interrogatorio Pinelli, precipitando dalla finestra dell’ufficio del commissario Calabresi, morì. Quella disgrazia segnò la condanna a morte del commissario: fu scelto come il colpevole di quella morte. Dalle pagine del giornale Lotta Continua infatti, per lunghi mesi il Commissario fu additato come il “torturatore” di Pinelli, proprio lui che al momento della disgrazia non era nemmeno presente in quella stanza. Una morte annunciata quella di Luigi Calabresi, fine di un tormento accompagnato da minacce scritte sui muri, da violenti attacchi pubblici e da lettere anonime. Il Commissario fu ucciso la mattina del 17 maggio del 1972: mandanti e assassini appartenevano tutti a Lotta Continua. “Spararono a mio padre alle 9.15, mentre apriva la portiera della Cinquecento blu di mia madre”. A raccontare questa tragica vicenda degli anni bui dell’Italia, è, a distanza di trentacinque anni, il figlio primogenito del Commissario, Mario Calabresi. In questo libro, Calabresi ripercorre la storia della sua famiglia dopo quel momento che cambiò la vita di sua madre, dei suoi fratelli e la sua, vittime di cui troppo spesso ci si dimentica il nome Luigi Calabresi era oltre che un uomo di Stato, anche un padre, un marito, un cittadino e il suo omicidio, tutto politico, lasciò sola una moglie, Gemma, allora giovanissima, e tre figli orfani che non ebbero il tempo di conoscere il padre. Mario calabresi è stato capace di intrecciare la sua storia con altre vittime del terrorismo (la figlia di Antonio Custra, di Luigi Marangoni o il figlio di Emilio Alessandrini)
recensione "nati due volte"
Frigerio viene avvertito da una bidella, mentre è a scuola (è un insegnante di scuola superiore), che sua moglie è in ospedale e che sta per nascere suo figlio. Il parto della moglie si presentava lungo e difficile; non era stato praticato il cesareo e il bambino è nato con molta difficoltà. Il padre vede anche che il proprio figlio è diverso dagli altri che osserva nelle incubatrici: l’aspetto fisico era in parte deforme “Tetraparesi spastica distonica”. E' il biglietto da visita con cui Paolo, figlio del professor Frigerio e della moglie Franca, si presenta al mondo. Superato l’iniziale smarrimento, la famiglia deve decidere di vivere, anche perché c’è già un figlio maggiore, Alfredo che è normale e che apparentemente non prova per Paolo né solidarietà né eccessivo affetto, vittima della più classica sindrome da gelosia di chi, abituato alle luci dei riflettori, le vede spostarsi sul nuovo arrivato. I genitori ma anche tutti i parenti, sono increduli, spaventati e impreparati all' arrivo di un bambino diverso da tutti gli altri. Dopo aver capito che è inutile scaricarsi le colpe a vicenda, cominciano i colloqui con medici e specialisti, cominciano le continue visite e i continui problemi che un bambino disabile deve affrontare ogni giorno anche per le azioni che possono sembrare le più semplici. I genitori cercano comunque di aiutarlo a crescere. Grazie all'amore e alla pazienza della madre e agli insegnamenti del padre, che aiutando il figlio ad uscire dalla minoranza, scopre un nuovo mondo, un’arte di sopravvivenza ovvero l’arte di vivere non per essere normali ma solo se stessi, e all'aiuto della psicologa, della maestra elementare e di alcuni medici, Paolo compie notevoli progressi. Acquista la sua libertà (come quando va da solo a scuola in go-kart ), riesce a farsi rispettare ed amare da tutte le persone che lo circondano (come quando parla all' assemblea della scuola). I bambini disabili nascono due volte, la prima li vede impreparati al mondo, la seconda è affidata all’amore degli altri.
martedì 28 febbraio 2012
un parere autorevole
Cultura 05/02/2012 -
Cosa ci succede quando leggiamo un romanzo
Una lezione del Nobel per la etteratura ORHAN PAMUK
Cosa succede nella nostra mente, nella nostra anima, quando leggiamo un romanzo? In cosa tale sensazione interiore differisce da ciò che proviamo guardando un film, un quadro, o ascoltando una poesia, o un poema epico? Un romanzo può dare, di tanto in tanto, lo stesso piacere che danno una biografia, un film, una poesia, un quadro o una fiaba. Eppure l’effetto vero, esclusivo, di quest’arte è fondamentalmente diverso da quello degli altri generi letterari, del cinema e della pittura. E forse posso cominciare a illustrarvi la differenza raccontandovi ciò che ero solito fare e le complesse immagini che l’appassionata lettura di romanzi suscitava in me quando ero giovane.
Come il visitatore di un museo in primo luogo e soprattutto desidera che il quadro che sta guardando nutra i suoi occhi, io i solito preferivo l’azione, il conflitto, e la ricchezza del paesaggio. Mi godevo sia la sensazione di osservare segretamente la vita privata di un individuo sia quella di esplorare gli angoli oscuri della veduta d’insieme.
Non pensate che l’immagine che conservavo in me fosse sempre turbolenta. Quando leggevo un romanzo, nella mia giovinezza, accadeva talora che prendesse forma dentro di me un paesaggio ampio, profondo, quieto. E qualche volta le luci si spegnevano, il bianco e il nero si accentuavano e poi si scindevano, e spuntavano le ombre. Qualche volta mi meravigliavo, perché avevo l’impressione che il mondo intero fosse fatto di una luce del tutto diversa. E qualche volta il crepuscolo pervadeva e copriva ogni cosa, l’intero universo diventava una singola emozione e un singolo stile, capivo che ciò mi piaceva e sentivo che stavo leggendo il libro per quella particolare atmosfera. Mentre venivo lentamente sommerso dal mondo del romanzo, mi rendevo conto che le tracce delle azioni che avevo compiuto prima di aprire le pagine del libro, seduto nella casa di famiglia nel quartiere di Besiktas a Istanbul - il bicchiere d’acqua che avevo bevuto, la conversazione con mia madre, i pensieri che avevano attraversato la mia mente, i piccoli risentimenti albergati -, svanivano piano piano.
Sentivo che la poltrona arancione in cui ero seduto, il posacenere maleodorante lì accanto, la stanza piena di tappeti, le grida dei ragazzini che giocavano a pallone in strada e il fischio dei battelli in lontananza retrocedevano dalla mia mente; e un mondo nuovo prendeva forma davanti a me, parola per parola, frase per frase. Pagina dopo pagina, quel mondo nuovo si cristallizzava e acquistava nitidezza, come quei disegni segreti che appaiono a poco a poco quando ci si versa sopra un reagente; e venivano messi a fuoco linee, ombre, avvenimenti e personaggi.
In quei primi momenti, tutto ciò che ritardava il mio ingresso nel mondo del romanzo e mi impediva di ricordare e immaginare personaggi, avvenimenti e oggetti mi procurava grande fastidio. Un membro della famiglia di cui avevo dimenticato il grado di parentela con il protagonista, l’incerta ubicazione di un cassetto con dentro una pistola, o una conversazione di cui intuivo ma non riuscivo a interpretare il significato recondito, ecco, questo tipo di cose mi irritavano enormemente. Scrutavo con avidità le parole, augurandomi, con un misto di impazienza e piacere, che ogni cosa andasse rapidamente al suo posto. In quei momenti, tutte le porte della mia percezione erano spalancate, come i sensi di un animale domestico lasciato libero in un ambiente del tutto alieno, e la mia mente cominciava a funzionare assai più svelta, quasi in preda al panico. Mentre concentravo tutta la mia attenzione sui dettagli del romanzo che stringevo fra le mani, per mettermi in sintonia con il mondo in cui stavo entrando, lottavo per visualizzare le parole con la mia immaginazione e vedere con l’occhio della mente ogni cosa descritta nel libro.
Dopo un po’, quello sforzo intenso ed estenuante dava i suoi risultati e l’ampio paesaggio che desideravo vedere si apriva davanti a me come un immenso continente che appare in tutta la sua nitidezza quando la nebbia si solleva. Vedevo allora le cose raccontate nel romanzo come una persona che guarda comodamente il panorama da una finestra. Considero una sorta di modello come Tolstoj in Guerra e pace descrive Pierre che osserva la battaglia di Borodino dalla cima di un colle. Molti dettagli che il romanzo intesse delicatamente e prepara per noi, e che sentiamo il bisogno di serbare nella memoria, appaiono in questa scena come in un dipinto. Il lettore ha l’impressione di trovarsi non fra le parole di un romanzo, bensì in piedi davanti a un quadro. Qui, la cura dello scrittore per il dettaglio visivo, e l’abilità del lettore nel visualizzare le parole trasformandole in un vasto paesaggio, sono decisive. Leggiamo anche romanzi che non si svolgono nel paesaggio, su campi di battaglia o nella natura, e sono invece ambientati in una stanza, in atmosfere interiori soffocanti - La metamorfosi di Kafka è un buon esempio. Leggiamo queste storie come se stessimo osservando un paesaggio e, trasformandolo con l’occhio della mente in un quadro, ci abituiamo all’atmosfera della scena, ce ne lasciamo influenzare, anzi la esploriamo.
Voglio fare un altro esempio, di nuovo da Tolstoj, che ha a che fare con l’atto di guardare fuori da una finestra e mostra come leggendo si possa entrare nel paesaggio di un romanzo. È una scena del più grande romanzo di tutti i tempi, Anna Karénina. Anna ha appena incontrato Vrònskij a Mosca.
La sera, tornando in treno a San Pietroburgo, è felice perché l’indomani rivedrà il figlio e il marito:
«Anna prese dalla sua borsetta il tagliacarte e un romanzo inglese. Dapprima non poteva leggere. Davano noia il chiasso e l’andare e venire; poi, quando il treno si mosse, non si poteva non porgere orecchio ai rumori; poi la neve che batteva contro il finestrino di sinistra e che si appiccicava al vetro, e la vista d’un capotreno imbacuccato che passava vicino, coperto di neve da una parte, e i discorsi a proposito di com’era terribile la tempesta che c’era fuori, distrassero la sua attenzione. Più innanzi tutto fu sempre lo stesso: lo stesso traballìo accompagnato da picchi, la stessa neve contro il finestrino, gli stessi celeri passaggi da un caldo di vaporazione al freddo e di nuovo al caldo, lo stesso balenare degli stessi volti nella penombra e le stesse voci, e Anna cominciò a leggere e a capire quel che leggeva. Anna Arkàdjevna leggeva e capiva, ma le dispiaceva di leggere, cioè di seguire i riflessi della vita di altre persone. Aveva troppa voglia di vivere lei stessa. Se leggeva che l’eroina del romanzo vegliava un malato, aveva voglia di camminare a passi silenziosi per la stanza d’un malato; se leggeva come un membro del parlamento pronunciava un discorso, aveva voglia di pronunciare quel discorso; se leggeva che Lady Mary inseguiva un branco a cavallo e stuzzicava la cognata e stupiva tutti col suo coraggio, voleva far questo lei stessa. Ma non c’era nulla da fare, ed ella, girando il coltellino liscio con le sue piccole mani, si sforzava di leggere».
Anna non riesce a leggere perché non può fare a meno di pensare a Vrònskij, perché desidera vivere. Se fosse capace di concentrarsi sul romanzo, non avrebbe difficoltà a immaginare Lady Mary che monta a cavallo e segue la muta dei cani. Visualizzerebbe la scena come se stesse guardando da una finestra e avrebbe la sensazione di entrarci lei stessa a poco a poco.
La maggior parte degli scrittori sanno che la lettura delle prime pagine di un romanzo è un’esperienza affine all’entrare in un quadro di paesaggio. Pensiamo a come Stendhal inizia Il rosso e il nero. Prima vediamo da lontano la città di Verrières, la collina su cui è situata, le sue case bianche con i tetti spioventi di tegole rosse, le macchie di robusti castagni e le rovine delle fortificazioni. Sotto scorre il fiume Doubs. Poi notiamo le segherie e la fabbrica che produce toiles peintes, tessuti stampati pieni di colore.
Una pagina dopo, abbiamo già incontrato il sindaco, uno dei personaggi principali, e capito la sua struttura mentale. Il vero piacere di leggere un romanzo inizia con la capacità di vedere il mondo non dall’esterno ma con gli occhi dei personaggi che in quel mondo vivono. Leggendo un romanzo, oscilliamo fra ampia visione e attimi fuggevoli, fra pensieri generali e fatti specifici, a una velocità che nessun altro genere letterario è in grado di offrire. Mentre fissiamo un dipinto di paesaggio da lontano, ci ritroviamo all’improvviso tra i pensieri dell’individuo nel paesaggio e le sue sfumature d’umore. Ciò somiglia al modo in cui, nei dipinti di paesaggio cinesi, contempliamo una piccola figura umana sullo sfondo di fiumi, dirupi e alberi con miriadi di foglie: ci concentriamo su quella figura, poi cerchiamo di immaginare il paesaggio circostante attraverso i suoi occhi. (I dipinti cinesi sono fatti per essere letti così).
A quel punto ci accorgiamo che la composizione del paesaggio risponde all’esigenza di riflettere i pensieri, le emozioni e le percezioni della figura che c’è dentro. Allo stesso modo, sentendo che il paesaggio dentro il romanzo è un’estensione, o una parte, dello stato mentale dei personaggi, ci accorgiamo di identificarci con loro in una transizione invisibile. Leggere un romanzo significa che, mentre affidiamo alla memoria il contesto nel suo insieme, seguiamo, a uno a uno, i pensieri e le azioni dei personaggi attribuendo loro un significato nel paesaggio d’insieme. Siamo ora dentro il paesaggio che fino a poco fa guardavamo dall’esterno: oltre a vedere le montagne con l’occhio della mente, sentiamo la frescura del fiume e odoriamo il profumo della foresta, parliamo con i personaggi e ci addentriamo nell’universo del libro. La lingua del romanzo ci aiuta a combinare questi elementi distanti e distinti, e a vedere sia i volti sia i pensieri dei personaggi come parte di un’unica visione.
Quando siamo immersi in un romanzo, la nostra mente lavora sodo, ma non quanto quella di Anna, nello scompartimento di un treno sferragliante e coperto di neve per San Pietroburgo. Oscilliamo continuamente fra il paesaggio, gli alberi, i personaggi, i loro pensieri, gli oggetti che toccano - e dagli oggetti ai ricordi che essi evocano, ad altri personaggi, e infine alle riflessioni generali. La nostra mente e la nostra percezione sono attivissime, agiscono con estrema rapidità e concentrazione, facendo parecchie operazioni simultaneamente, ma molti di noi non si rendono nemmeno più conto di farle. Ci comportiamo esattamente come chi guida un’auto, che non compie consapevolmente il gesto di schiacciare pulsanti, premere pedali, ruotare il volante con cautela e nel rispetto di molteplici regole, leggendo e interpretando i segnali stradali e tenendo d’occhio il traffico.
Questa analogia è valida non solo per i lettori ma anche per il romanziere. Alcuni autori non sono consapevoli delle tecniche che usano, scrivono in modo spontaneo, come se stessero compiendo un gesto del tutto naturale, dimentichi delle operazioni e dei calcoli che svolgono mentalmente e del fatto che stanno usando il cambio, i freni e i pulsanti di cui li fornisce l’arte del romanzo. Userò il termine «ingenuo» per descrivere questo tipo di sensibilità, questo tipo di romanziere e di lettore di romanzi: quelli a cui non interessa quanto c’è di artificioso nello scrivere e nel leggere un libro. E userò il termine «riflessivo» per descrivere la sensibilità opposta: vale a dire quei lettori e scrittori che sono affascinati dalla componente artificiosa del testo e dalla sua mancata adesione alla realtà, e che prestano severa attenzione ai metodi usati nello scrivere romanzi e a come funziona la nostra mente mentre leggiamo. Essere un romanziere è l’arte di essere nello stesso tempo ingenuo e riflessivo.